loading . . . ## Il caso Mansouri a Rogoredo: vittima deumanizzata e la sospensione dello Stato di diritto
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Nella malsana relazione tra cronaca nera e maggioranza di governo che si è scatenata sulla morte di Abderrahim Mansouri, nel bosco di Rogoredo, in circa un mese abbiamo assistito a due storie completamente diverse. La prima storia parlava del “bosco della droga e della paura”, di un poliziotto che si è trovato di fronte a uno “spacciatore” - con insistenza nei titoli, in quest’ultimo caso, a sottolineare una qualità essenziale più che un elemento di contesto legato ai precedenti penali. Il cognome della vittima è descritto dal _Giorno_ come possibile parte di un “clan”:
> Non si sa di preciso quanto sia grande la famiglia e se tutti i Mansouri che di volta in volta vengono arrestati a Rogoredo e dintorni facciano parte dello stesso gruppo, ma quel cognome continua a tornare puntualmente in verbali, annotazioni e ordinanze.
In questa storia, il poliziotto, Carmelo Cinturrino, faceva fuoco perché gli era stata puntata contro un’arma. La quale, si è scoperto quasi subito, era un’arma giocattolo, replica di una Beretta 92, priva del tappo rosso.
Cinturrino viene indagato per omicidio volontario. Ma questo non tocca il fronte del “la difesa è sempre legittima” e del “sto con la polizia senza se e senza ma”. In prima fila il vicepremier Matteo Salvini, che si butta sul caso con tempismo da marketing in tempo reale. Salvini non è certo l’unico, solo il più spudorato. E il suo partito naturalmente gli va appresso, con tanto di petizione“Io sto col poliziotto!”. Anche Fratelli d’Italia si butta sul caso, con presidi anti-degrado, mentre Meloni, più scaltramente, va a portare omaggio agli agenti impegnati a Rogoredo.
Quel livello di civiltà, o quanto meno di prudenza strategica che imporrebbe lo Stato di diritto, con un grillo parlante che idealmente dovrebbe suggerire di aspettare almeno i risultati dell’autopsia, o di stare cauti perché c’è un buco di 23 minuti tra quando viene sparato il colpo fatale e quando vengono chiamati i soccorsi, è semplicemente assente. Non è che manca, poiché l’assenza lascia comunque delle tracce di vuoto: è relegato nell’area dell’impensabile, di ciò che offende le consuetudini. Ossia nell’osceno. Ed è quindi ritenuta oscena la magistratura che osa violare questo ordine sociale.
E così, poiché si è scelto di trasformare un eroe in indagato, e una vittima in ingranaggio di un congegno narrativo, ci sono naturalmente i corifei a guidare il pubblico. È disturbante, per esempio, quanto va in onda a _Fuori dal coro_. Dice Mario Giordano, con tanto di medaglia esibita, casomai non fosse chiaro il messaggio:
> Io a quell’agente darei una medaglia, medaglia come quelle che danno oggi alle Olimpiadi, medaglia d'oro, medaglia d'oro perché, [...] noi siamo dalla parte della polizia, degli agenti, delle forze dell'ordine, dalla parte di chi per 1200-1300 al mese rischia la vita tutti i giorni per difendere noi.
Poco importa il dettaglio dell’arma giocattolo. Lo spiega Paolo Macchi, che oltre a essere ispettore di polizia è dirigente nazionale del Siulp. Macchi punta una pistola allo spettatore attraverso la telecamera, per far capire che quando hai un’arma di fronte poco importa se sia un giocattolo o meno. La logica neanche tanto sottesa è che o uccidi o sarai ucciso. “Non ce la farete a farci arrendere”. La pistola è in realtà un giocattolo, avvertono le didascalie. Lo spettatore, insomma, ha avuto questa fortuna di poterlo sapere, di aver avuto una botta di adrenalina a distanza.
Ma attraverso l’immedesimazione, si trasmette non solo il vissuto di chi ha sparato in quel bosco, ma l’ordine sociale che lo vuole giustificare in nome di specifiche leggi morali a cui la magistratura deve evidentemente adeguarsi. L’agente di polizia non è più un “servitore dello Stato”, ma è un precario, una vittima armata in un mondo di “balordi”. E sparare non obbedisce più a interrogativi consoni, come ad esempio “Quando è legittimo l’uso della forza?”. La domanda di questa tragedia è “quando si possono uccidere i balordi?”. Poiché in questo intreccio ci sono di mezzo politici e partiti di governo, così come sindacati, ossia attori sociali che possono o legiferare o spingere perché le leggi e le condizioni di lavoro cambino, dovrebbe subito porsi un’altra fondamentale domanda. Chi decide le caratteristiche del “balordo”?
La seconda storia prende le mosse dall’avanzare delle indagini, che nel giro di qualche settimana iniziano a raccontare una versione dei fatti molto diversa. Gli accertamenti tecnici degli inquirenti rilevano che sulla pistola a salve trovata accanto al corpo non ci sarebbero impronte digitali di Mansouri, ma tracce biologiche riconducibili a Cinturrino e ad altre persone. C’è poi il dettaglio della pistola posizionata accanto al cadavere in un secondo momento, e quello del corpo che sarebbe stato girato. Oltre all’arresto di Cinturrino, si indagano gli altri agenti per omissione di soccorso e favoreggiamento e li si trasferisce altrove. Il _Corriere_ parla pure di potenziale azzeramento dei vertici.
Parallelamente a questo colpo di scena, iniziano a circolare storie su possibili condotte discutibili. Cinturrino viene descritto come qualcuno con un “doppio volto”, mentre il racconto sul “boschetto dello spaccio e della paura” lascia spazio a scenari da telefilm stile _The shield_.
Senza più un eroe, i corifei cambiano copione. Lo stesso Mario Giordano, con la grazia di chi ha imparato a volteggiare sopra la propria coscienza, parla in termini di “se confermato”. Passa dall’indicativo - il tempo della verità e delle certezze - al condizionale - il tempo di chi dà retta all’avvocato. “Se fosse così vorrebbe dire che quel poliziotto ha tradito la divisa, lo Stato e i suoi colleghi". Figuracce penose per cui un giornalista dovrebbe dimettersi per decenza o essere cacciato, ma siccome il teatro ha sostituito la deontologia, Giordano si limita a mettere sé stesso e il pubblico dalla parte delle vittime.
Lo stesso copione viene declinato dagli stessi politici che avevano lucrato sul caso. “Sempre con le forze dell’ordine… ma se uno su centomila commette un reato per me paga, ma paga anche il doppio”, dice Salvini, consapevole di muoversi in un mondo che non deve porsi il problema del principio di non contraddizione o della logica. Per Meloni “se quanto ipotizzato trovasse conferma nel seguito delle indagini, ci ritroveremmo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento nei confronti della nazione e della dignità e onorabilità delle nostre Forze dell'Ordine. Menzione più o meno d’onore per l’europarlamentare Silvia Sardone, che è corsa a cancellare il post dove difendeva le forze dell’ordine.
Insomma: qualche se e qualche ma ci stava. E anche delle scuse, che lo stesso Cinturrino fa arrivare sotto forma di lettera in cui esprime “dispiacere”. Scuse ritenute insufficienti dalla famiglia: “Gli errori si commettono a scuola, ammazzare una persona e dopo creare una messa in scena non è un errore, è qualcosa di orribile”, hanno detto.
Sempre sul fronte scuse, silenzio totale da quei politici che avevano lucrato sulla vicenda. E questo perché, come in un caso analogo di cui si è tornati a parlare proprio in questi giorni, l’uccisione di Younes El Boussettaoui, Abderrahim Mansouri si è trovato l’etichetta di “balordo” addosso. Aveva precedenti, quindi non era nessuno, era fuori dalla logica dell’onore e della patria. Un reprobo. C’è qualche corifeo che si è sollevato a dire “potrei essere uno spacciatore, ma sono qualcuno?”.
Anche per l’uccisione di El Boussettaoui abbiamo avuto un pubblico ufficiale (un assessore invece del poliziotto), una scena del crimine che fin da subito è apparsa piena di elementi dubbi, e una corsa a invocare la legittima difesa. E abbiamo avuto le etichette appiccicate al morto per distanziarlo da noi, per rendere più legittima l’idea che gli si potesse sparare per strada. Insomma, se non ci sono precedenti né circostanze materiali, non importa. Mentre la storia giudiziaria del caso ha raccontato di un processo annullato e di un cambio di imputazione per Massimo Adriatici, da eccesso colposo di legittima difesa a omicidio volontario, e di un rito abbreviato.
> Il video della morte di Ramy Elgaml e il disonore di Stato
Ma sarebbe un errore materiale pensare di essere di fronte allo stesso copione, pur con qualche variante. Perché a cambiare negli anni non sono solo i governi e le maggioranze parlamentari. Sono soprattutto le leggi che rendono più o meno facile, o più o meno impossibile accertare cosa è successo. A partire dallo scudo penale, che in pratica potrebbe agevolare i “depistaggi” descritti da Annalisa Camilli e rendere l’omertà l’unica forma di onore possibile. Certo, molti esponenti della maggioranza si sono affrettati a dire che col caso di Rogoredo lo scudo penale non ha nulla a che fare, non si applica. Ma se una pistola in scena implica che questa sarà usata, per uno scudo vale lo stesso principio.
Basterebbe farsi l’elenco dei provvedimenti approvati dall’attuale maggioranza in materia di sicurezza, dalle norme “anti-rave” a quelle contro i blocchi stradali per essere diffidenti. Basterebbe rileggersi anni di dichiarazioni sulla necessità di abolire il reato di tortura, che è il reato per eccellenza posto a tutela di vittime di abusi da parte dello Stato. Il fatto che sia stato introdotto crea la premessa perché al prossimo ddl sicurezza venga rafforzato. Pensare che sia una mera questione tecnica è un’illusione che distrae dalle certezze repressive espresse dagli indirizzi politici.
I balletti ora feroci ora ridicoli a margine della cronaca nera e di casi che mettono sotto i riflettori potenziali le autorità sono quindi un momento preparatorio, come se, di fronte ai lanci di agenzia, una certa cultura di potere si domandasse: quale leggi abbiamo nel cassetto che possiamo tirare fuori? Non è importante il merito della vicenda in sé, o la rilevanza politica effettiva ai sensi dello Stato di diritto. Conta invece la spendibilità in termini di giustificazione di una spirale repressiva che diminuisce lo spazio dei diritti e aumenta l’impunità per abusi.
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Un comune cittadino spara a un ladro di spalle? Si dirà che la difesa è sempre legittima, e si proporrà di rendere ancora più facile l’uso di armi da fuoco per farsi giustizia da soli. Un agente uccide una persona durante un controllo? Si difenderà senza se e senza ma, invocando per l’appunto norme come lo scudo penale (che non è calato certo dall’alto). Una manifestazione diventa luogo di scontri e incidenti? Si invocheranno fermi preventivi o persino cauzioni.
Dipingere il paese come una landa di anarchia in cui ai poliziotti non viene nemmeno dato uno stipendio al passo con il costo della vita, come se fosse un’essenza immutabile e non una condizione negoziabile (prendono poco, diamogli almeno il potere di sparare per salvarsi la vita) fa parte dei riti che precedono cambiamenti di stato permanenti. La storia non si ripete: piuttosto, scivola verso il baratro per strappi.
_(Immagine anteprima:frame via YouTube)_
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