loading . . . ## La neutralità ipocrita e vigliacca del Comitato Olimpico Internazionale
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6 min lettura
Qualsiasi discorso sui valori dello sport e dei Giochi Olimpici può essere ritenuto ormai completamente obsoleto. Le Paralimpiadi iniziate il 6 marzo rappresentano una pietra tombale sulla narrazione attorno alla quale, alla fine dell’Ottocento, Pierre de Coubertin aveva costruito il rilancio dei Giochi Olimpici.
La cerimonia inaugurale di Verona si è svolta in un clima surreale, in cui da una settimana è la guerra in Iran a tenere banco sulle pagine dei giornali. Un conflitto iniziato da Stati Uniti e Israele, in aperta violazione della tregua olimpica, eppure alla fine l’unico paese assente sarà proprio l’Iran: il 23enne sciatore Aboulfazl Khatibi non è riuscito a raggiungere l’Italia, e non potrà dunque partecipare ai Giochi. In compenso, ci saranno i rappresentanti della Russia e della Bielorussia, riammessi pochi giorni fa con la possibilità di sfilare con le proprie bandiere.
Una decisione che ha innescato una serie di proteste, a partire da quella del Comitato Paralimpico Ucraino, culminate con la decisione di ben 16 paesi (su 56 presenti) di disertare la cerimonia inaugurale. Una situazione che non si era mai verificata prima nella storia dei Giochi, e che l’IPC, il Comitato Paralimpico Internazionale, avrebbe cercato di tamponare decidendo che nessun atleta avrebbe portato la bandiera nazionale durante la cerimonia, dando invece questa incombenza a dei volontari. Una scelta logistica, secondo l’IPC, dovuta al fatto che molti portabandiera sono impegnati per le gare lontano da Verona. Ma il tempismo della decisione, arrivata solo questa settimana, ha destato più di un sospetto.
### Il ritorno di Russia e Bielorussia
Mancava dall’edizione del 2014 a Sochi, la Russia: nel dicembre del 2017, il Comitato Olimpico e quello Paralimpico russi erano stati sospesi per lo scandalo del doping di Stato; poi c’era stata l’esclusione dovuta all’invasione dell’Ucraina del 2022, che aveva coinvolto anche la Bielorussia. Quattro anni dopo, e senza nessuna concreta prospettiva di pace all’orizzonte, l’atteggiamento dello sport internazionale è però cambiato completamente. Oggi, il ritorno di Russia e Bielorussia in tutte le competizioni sembra più una questione di quando, che di se.
Il 2 febbraio, il capo del calcio internazionale, Gianni Infantino, aveva detto a _Sky News_ che era necessario rimuovere il ban nei confronti della Russia (nel calcio, la Bielorussia non è mai stata sanzionata), dando voce a un sentimento che da tempo covava tra i dirigenti dello sport globale. Il giorno dopo, era stata Kirsty Coventry, la presidente del CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, a sottolineare l’importanza di “difendere la neutralità dello sport”, dicendo che a nessun atleta dovrebbe essere impedito di gareggiare a causa delle decisioni del suo governo. Nessun accenno diretto alla Russia e alla Bielorussia, ma le sue parole erano state recepite proprio come un riferimento a questi due casi.
L’IPC aveva già iniziato ad aprire al ritorno ufficiale degli atleti russi e bielorussi alla fine del 2025, ma la conferma definitiva è arrivata a metà febbraio, consentendo loro di competere sotto le proprie bandiere nazionali e non più come concorrenti neutrali. In quei giorni, però, c’era stato il caso di Vladyslav Heraskevych, atleta ucraino dello skeleton, a cui il CIO aveva impedito di gareggiare a causa di un casco su cui erano raffigurati alcuni sportivi suoi connazionali uccisi durante la guerra. Heraskevych è stato escluso per aver infranto la regola che vieta di esporre messaggi politici durante le gare, sebbene le immagini sul suo casco fossero difficilmente considerabili come un messaggio politico in senso stretto.
> Caso Heraskevych: la squalifica dell’atleta ucraino e l’ipocrisia del Comitato Olimpico sulla “neutralità” dello sport
Già in quel momento si è potuto notare come l’idea di uno sport neutrale sia, paradossalmente, tutt’altro che neutrale. Mentre Heraskevych veniva escluso dalla competizione dallo stesso CIO la cui presidente, pochi giorni prima, sosteneva che a tutti gli atleti dovrebbe essere permesso di partecipare, nelle gare di bob maschile scendeva in pista l’israeliano Adam Edelman, che in precedenza sui social aveva apertamente supportato le violenze del suo paese nella Striscia di Gaza. Se il principio è che non è giusto punire gli sportivi per le posizioni dei loro governi, è almeno possibile ritenerli responsabili delle proprie?
### La morte della tregua olimpica
Israele e gli Stati Uniti, a questi Giochi Paralimpici, probabilmente non dovrebbero neppure esserci. L’aggressione all’Iran di sabato 28 febbraio è stata senza alcun dubbio una violazione della tregua olimpica, che viene dichiarata una settimana prima dell’inizio dei Giochi Olimpici, sia invernali che estivi, e termina una settimana dopo quelli Paralimpici. Nonostante questo, lunedì 2 marzo l’IPC ha emesso un comunicato in cui si limitava a dire di stare “monitorando la situazione” in Medio Oriente, senza parlare di alcuna sanzione.
I Giochi sono iniziati, e gli atleti statunitensi (72) e israeliani (1) non affronteranno alcuna conseguenza per la guerra in Iran. In questo modo, l’IPC - e indirettamente anche il CIO, con il suo silenzio sulla questione - delegittima l’istituto stesso della tregua olimpica. Non che abbia mai avuto un particolare valore nel concreto: dalla sua istituzione, nel 1992, non è mai stata utile a interrompere nessun conflitto, neppure temporaneamente. Nel 1993 è stata ratificata addirittura da una risoluzione dell’ONU, ma non è mai stato chiarito né cosa comporta né cosa succede a chi la infrange. È più che altro una dichiarazione di buona volontà da parte dei sottoscrittori, ma si è rapidamente ridotta a una pura formalità: già nel 2002 i Giochi invernali si tennero negli Stati Uniti, a Salt Lake City, in piena guerra in Afghanistan.
Mai prima d’ora, però, una guerra era scoppiata proprio mentre la tregua era in vigore, coinvolgendo dei paesi che l’avevano sottoscritta e che partecipavano a un’edizione dei Giochi. Quello attuale è il più evidente caso di violazione della tregua, e l’assoluta assenza di reazione da parte dell’IPC e del CIO dimostra come il principio di neutralità dello sport sia, più semplicemente, una legittimazione della legge del più forte. Chi ha abbastanza peso politico può infrangere le regole senza subire conseguenze.
### Neutralità fino a un certo punto
I Giochi Paralimpici hanno preso il via, ma per farlo hanno sacrificato anche quel poco di principi attraverso cui la competizione olimpica legittimava la propria esistenza. La tanto sbandierata neutralità dello sport appare difficile da mettere in pratica, nel momento in cui gran parte degli atleti e delle atlete, sia nei Giochi invernali che in quelli estivi, sono impiegati nelle forze armate dei rispettivi stati. Avviene per gli italiani, ma anche per gli israeliani e per altri paesi, compresi gli Stati Uniti: meno di un mese prima di attaccare l’Iran, il Dipartimento della Guerra americano pubblicava un articolo sul proprio sito per celebrare gli otto soldati e soldatesse qualificatisi a Milano-Cortina. Tra di essi c’era anche il bobbista Frank Del Duca, che è stato uno dei due portabandiera statunitensi nella cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici invernali.
Arruolare gli sportivi di determinate discipline poco popolari è un modo molto conveniente per fornire agli sport “minori” il sostegno dello Stato, ma diventa problematico quanto c’è una guerra in atto. Ai Giochi delle scorse settimane, per esempio, Israele ha portato due atleti che hanno combattuto a Gaza dopo il 7 ottobre.
La questione è ancora più pressante quando si tratta dei Giochi Paralimpici, dato che molti comitati nazionali arruolano nei propri ranghi sportivi provenienti dalle forze armate e, in alcuni casi, anche soldati feriti in azione. Non a caso, il movimento paralimpico è nato proprio tra i reduci mutilati della Seconda Guerra Mondiale. Una recente indagine della testata polacca _Vot Tak_ ha denunciato che il Comitato Paralimpico Russo starebbe reclutando i suoi atleti anche tra gli ex combattenti della guerra in Ucraina: nessuno di loro dovrebbe fare parte della squadra inviata a Milano-Cortina, ma complessivamente il comitato ne annovera almeno 70.
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A coronare tutto questo, c’è infine la situazione del già citato Gianni Infantino, il presidente della FIFA, uno dei componenti più importanti del CIO. Il 19 febbraio era presente a Washington alla prima riunione del Board of Peace di Donald Trump, unico degli invitato a non essere esponente di un governo nazionale. Il suo legame di amicizia e collaborazione con il Presidente degli Stati Uniti - a cui lo scorso dicembre ha assegnato un discusso Premio per la Pace - è noto da tempo, ma la partecipazione al comitato d’affari per la ricostruzione di Gaza è stata, secondo molti, una chiara violazione della neutralità delle istituzioni sportive. Secondo molti, ma non secondo il CIO, che due giorni dopo ha comunicato che non è stata ravvisata alcuna infrazione.
In questo nuovo sport mondiale apolitico e super partes, dunque, si può iniziare una guerra in pieno periodo di tregua olimpica senza subire conseguenze. Si può far competere liberamente atleti che hanno partecipato, o perlomeno supportato, azioni militari e crimini contro i diritti umani. Si può essere coinvolti in operazioni politico-commerciali senza travalicare il proprio ruolo di dirigenti sportivi. I valori che lo sport si è sempre vantato di incarnare restano solo parole su carta, peraltro sempre più sbiadite.
_Immagine in anteprima: frame video Palazzo Chigivia YouTube_
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